La disabilità più che spiegata per concetti razionali, va soprattutto raccontata nelle sue sfaccettature concrete e quotidiane; questo aiuta a conoscerla, ad entrarci con empatia, e chissà a prepararsi alla possibilità che la vita ce la faccia vivere, da protagonisti o da spettatori che sia. A raccontarci la disabilità sono spesso i disabili stessi, ma oggi ho voluto dar voce a chi con la fragilità ed i limiti umani si raffronta quotidianamente per lavoro.
Ho dato spazio a Daniele, un amico che è assistente educatore e che si racconta qui con tutta la passione che lo accompagna nel suo operare.

La sensazione di soddisfazione che Daniele prova tornando a casa da lavoro, fatta di stanchezza ma anche di certezza di aver dato il suo massimo, è una testimonianza di grande speranza per tanti che come lui fanno del proprio lavoro una missione davvero unica !

Ecco le parole di Daniele.

Daniele, raccontaci in cosa consiste il tuo lavoro.

Io sono un assistente educatore. Utilizzo il verbo essere, e non il verbo fare. Credo ci sia una differenza di fondo molto importante nell’utilizzo dei due verbi. Non ci si può reinventare in questo lavoro, né si può praticarlo in attesa di qualcosa di altro. Gli assistenti educatori lavorano al fianco di persone con difficoltà fisiche o mentali, siano esse persone diversamente abili o persone malate. In entrambi i casi il nostro lavoro è quello di farsi prossimi, aiutandoli ad affrontare (anche qui uso appositamente il verbo affrontare, non superare) quelle difficoltà, in ogni ambito (scolastico, domiciliare, lavorativo). Credo che questo lavoro richieda alcune doti fondamentali: tanta pazienza, capacità di osservazione, ascolto e comunicativa, empatia, equilibrio psicologico ed emotivo. A queste si deve aggiungere una doverosa formazione, con costanti aggiornamenti (non si finisce mai di imparare), momenti di supervisione, e in alcuni tipi di servizi anche capacità di lavoro in equipe. Dietro le proprie spalle ci deve inoltre essere una organizzazione efficace, nel mio caso una cooperativa sociale, come ve ne sono tante sul territorio nazionale, per la quale lavoro, che fornisce amministrazione e formazione, coordinamento, strutture, mezzi e protocolli, che sono un supporto fondamentale.

Sei stato tu a sceglierlo o in un certo senso è lui che ha scelto te ?

Direi che ci siamo cercati e trovati. Io ho da sempre il desiderio di aiutare le persone, e al termine della scuola superiore ho intrapreso gli studi di medicina, senza però portarli a termine, proprio perché non era, realmente, la mia giusta strada. Interrotti gli studi, trovandomi a cercare lavoro, sono stato aiutato a scoprire il mondo dell’assistenza. È stato un “riconoscimento immediato”. Già dopo il primo colloquio ero in cammino verso le mie prime esperienze: un ragazzo con Atassia di Friedreich e un uomo affetto da SLA. Non dimenticherò mai Sandro e Franco, come nessun altro, del resto. Da allora, e dopo aver seguito un corso di formazione specifico per assistenti educatori, sono stato e sono impegnato in molti dei settori di impiego della cooperativa (non in tutti, non ancora…).
Parlando in termini prettamente pratici mi posso occupare di mansioni quali igiene, vestizione, alzata/messa a letto, nutrizione…così come di mansioni di maggiore impiego educativo, come a scuola nel servizio AES o nei servizi educativi territoriali AEI, fino a quelle con più ampia responsabilità, penso al servizio nelle Comunità o nei Centri e ai progetti di Autonomia Abitativa o al Dopo di noi.

immagine assistente educatore

Sono convinta che questo non sia un lavoro come tanti: cosa ti dà lo stimolo per affrontare le sfide che la disabilità ti pone nel quotidiano?

Lo stimolo parte fondamentalmente da quella che è la volontà di mettersi al servizio degli altri, vedendoli sempre come persone, che possono, tramite il mio operato, trovare un supporto nella loro giornata. (E come loro anche le loro famiglie, per le quali si diventa dei punti di riferimento molto importanti). Tornare a casa stanco sapendo che ho dato tutto è una sensazione che mi appaga ogni sera, anche se a volte ho finito la scorta di pazienza e purtroppo non ne ho più molta da spendere coi miei figli…e…in questo periodo della nostra vita…coi miei due genitori malati di Alzheimer.

Qual’è l’insegnamento più grande che stare a fianco dei disabili ti ha lasciato nel tempo?

Su questo faccio una distinzione: diciamo che nel caso delle persone malate divenute disabili a causa dell’insorgenza della loro malattia, l’insegnamento che mi porto dentro è che “questa è la vita” e va vissuta meglio che si può in qualsiasi condizione, anche prigionieri di un corpo che non funziona più.
Nel caso dei disabili “diversamente abili” allora direi…non porsi mai limiti, senza però per questo angosciare e angosciarsi con richieste troppo oltre le capacità del momento. E fare tesoro dei fallimenti.

Ricordi un episodio, in cui l’integrazione tra disabili e non è stato particolarmente tangibile?

È difficile citarne uno solo, però me ne viene in mente uno in particolare, anche se non parla di integrazione “fianco a fianco”. Qualche anno fa c’è stata a Jesi una sorta di bufera di vento. Rami abbattuti, foglie sparse dappertutto, cortili e giardini sconvolti. Il cortile del condominio, nel quale si trova l’appartamento del progetto di Autonomia Abitativa, era invaso, come gli altri, da queste foglie e piccoli rami. I ragazzi del gruppo, senza consultarci, di loro iniziativa, hanno preso scope e palette, si sono infilati i giubbotti, e hanno ripulito completamente il cortile. Quando il capo condominio se ne è reso conto è sceso a suonare il campanello, si è complimentato tantissimo con loro e gli ha lasciato una torta fatta dalla moglie, dicendo… “ …gli altri del palazzo non hanno mai fatto una cosa simile…” . Da quel giorno è nata una bellissima amicizia.

Ottimismo e spirito positivo cambiano la vita quotidiana

Se dovessi scegliere un aspetto in cui la società di oggi dovrebbe fare passi avanti per accogliere la disabilità come una pari opportunità, quale sarebbe?

Il lavoro. E’ difficilissimo trovare un lavoro a queste PERSONE. Al massimo si trovano inserimenti lavorativi, in cui si lavora part-time per pochi euro. Non è assolutamente giusto. Non è dignitoso. Non è civile.
Concludo con questo: ritengo il mio lavoro il più bello del mondo…e lo penso perché questo lavoro mi permette di incontrare persone meravigliose.
Daniele.

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