Non ci andavo da un po’, a quegli incontri. Troppi impegni, la testa altrove, vincoli di orari che, seppur saltuari, mi sembrava impossibile seguire. Poi ho finalmente scelto di accettare l’invito di coloro che da anni condividono con me l’esperienza in A.c. e che nell’incontrarmi mi lanciavano un <<dai, ti aspettiamo, ci vediamo al prossimo incontro in parrocchia!>>
A dire il vero non era una parrocchia a caso, quella in cui si sarebbe tenuto l’incontro: bastava che attraversassi la strada da casa mia, per arrivarci; così quel sabato era proprio destino che mi buttassi senza troppe domande in un’avventura di cui solo l’argomento mi era noto: il ruolo del tempo nella nostra vita.

Entro in stanza, mi guardo intorno per cercare volti noti e sentirmi a mio agio il più possibile. Ne scovo alcuni, ma ahimè scopro anche qualcosa che mi destabilizza: la maggior parte dei presenti hai il doppio della mia età! Cosa potremo mai condividere io, con una figlia alle elementari, una vita lavorativa e un’esperienza di vita ancora in piena corsa, con chi ha già superato tutto questo e vive una stagione fatta di raccolte dei frutti della vita?

La proposta inaspettata

Il sacerdote che guida l’incontro ci dà il benvenuto e mi immagino che inizierà il consueto format fatto da qualche lettura, a cui segue una condivisione spontanea di opinioni su come viviamo il tempo nella nostra vita quotidiana. Mi sorprendo, invece, nel trovarmi a vivere un’esperienza di meditazione non religiosa. Un viaggio di mente e cuore basato sul l’immedesimazione di ciascun partecipante in una situazione di vita che egli, come guida, ci narrerà ad alta voce passo passo.
Vengono spente le luci della stanza. Come tutti gli altri chiudo gli occhi, faccio respiri profondi e mi sgombro il più possibile da ogni zavorra fisica e mentale che possa ostacolare l’evasione della mia mente
La guida ci porta sul fatto e, ben presto, quello che da fuori sembra uno sciocco gioco di fantasia in cui è impossibile immedesimarsi, dispone invece il mio cuore in un’esplosione di sentimenti contrastanti e molto intensi.
La guida mi mette nella situazione mentale di aver appena ricevuto dal medico una sentenza definitiva: la malattia incurabile che ho mi concede ancora due soli mesi di vita. Cosa fare? Come reagire, ora e nei giorni che restano?

Esplosione di reazioni

La voce della guida ci conduce tra i fatti, intervallati da domande sulle sensazioni che quel contesto provoca a ciascuno. C’è un silenzio pesante nella stanza, rotto solo da alcuni sommessi singhiozzi di chi non trattiene il pianto. Sento il mio cuore battere nel petto come a volerne uscire e sento il freddo del bagnato rigare il mio viso più volte. Nella durata di questo esercizio mi sorprendo in un paio di occasioni ad aprire gli occhi, pur non volendo: è un tentativo di fuga da un pensiero troppo angosciante anche solo da immaginare con un viaggio mentale. 
Li richiudo con ostinazione: fuggire dalla realtà, seppur solo immaginata, non sarà tanto utile come reagire ad essa. E infatti, terminato l’esercizio di immedesimazione, ecco che ci viene offerta l’occasione di reagire, la spinta giusta per trasformare lacrime di angoscia in lacrime di intensa commozione.

Un seme che da frutto 

Ci si risveglia storditi da esperienze come queste. Seppur brevi, sanno farti suonare corde dell’anima che nella vita quotidiana, se sei fortunato, quasi mai vengono toccate. 
Il viaggio mentale è terminato, ma arriva una nuova proposta di attività: offrendoci carta e penna, il sacerdote ci suggerisce di trasformare le nostre sensazioni in un testamento spirituale. Di che si tratta!? Mi chiedo: non lo scrivono forse solo i grandi padri della chiesa per lasciare un seguito alla loro mirabili esperienza di vita?
Posso anche io scrivere ora un vero e proprio testamento; non per prevedere chissà quali spartizioni ereditiere, ma che consegni invece i beni più preziosi: quelli che non sono materiali, ma sono il frutto di un’esperienza di vita profonda e personale, degna di essere tramandata a chi più amiamo. 

Le mie scritture, le mie consegne

Non ho dubbi:  il mio testamento spirituale è rivolto a mia figlia Alice. Non ho dubbi, inoltre, che conserverò con cura questa scrittura perché lei ne possa realmente leggere il contenuto quando sarà più grande. Non ho dubbi, infine, che in questo foglio pur parlando di lezioni di vita che nascono da grandi ferite ed errori, ci debba essere un messaggio positivo e di speranza. 
Mi sorprendo di quanto, pur con una breve esperienza di immedesimazione mentale, sento in me concretizzarsi ciò che credo viva chi si avvicina alla morte: vedere tutto con lucidità, ripercorrere i propri passi con memoria viva e nitida. La mia mano sa bene cosa scrivere, sa quali punti toccare e quali obiettivi raggiungere nel comunicare a chi leggerà queste righe. La mia scrittura è rapida, decisa, frutto di riflessioni fatte in parte in tanti altri momenti precedenti. La mia scrittura è quanto di più intenso e vero possa aver mai espresso a mia figlia finora, quello che solo davanti a un’ultima occasione sa uscire dal cuore. 

Quel che resta nel cuore

L’incontro è terminato. Tornando a casa ho bisogno di elaborare con calma questa esperienza speciale ed intensa. Solo dopo alcune ore trovo il modo di parlarne al mio compagno: voglio condividere con lui quanto di positivo, forte ed autentico sia raccolto in quella pagina. Non servono molte righe, se a scaturirle è ciò che nelle tappe più dure della vita hai imparato e soprattutto se rappresentano ciò che solo l’amore per un figlio sa tirarti fuori

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