Il mestiere di madre non si impara una volta per tutte: lo scorrere del tempo modifica il sentire e l’agire sia del genitore che del figlio e, per quanto il giorno prima si possa aver trovato una formula valida per far fruttare la semina di una educazione efficace, il giorno dopo si deve essere pronti a ridiscutere tutto ed inventarsi nuove colture più consone al momento. È ciò che ultimamente vivo spesso con mia figlia Alice che, un po’ per carattere e un po’ per i suoi nove anni, percorre ogni giorno quel filo che la tiene precariamente in equilibrio tra due versanti: da un lato la sana dipendenza dalla figura adulta, che per lei può essere il genitore, ma anche la maestra o l’educatore del gruppo parrocchiale, quella figura che le fa da esempio, guida e consigliera e che difficilmente oserebbe contraddire; dall’altro lato, c’è la sua naturale sete di indipendenza, nutrita da piccole grandi scelte fatte di testa propria, dalla voglia di metterci se stessa a tutti i costi, senza stare ad ascoltare nessuno.

In bilico, nel parcour della crescita

Come genitore non è facile gestire tutto questo e mi ritrovo di fronte alla quotidiana sfida emotiva che ha a che fare una domanda di fondo: qual è il perché  di tanta ostinazione nel volersi imporre a tutti i costi, persino a discapito degli altri? Ho colto spesso mia figlia a non tollerare i miei consigli o limiti imposti in situazioni in cui essi erano indubbiamente opportuni, reagendo piuttosto con irruenza e testardaggine: della serie <<mamma ma cosa avrò fatto di male, lasciami fare di testa mia!>>
Questo accade tanto più spesso quando al nostro fianco ci sono altre persone, spettatori del gioco di ruoli madre-figlia, di cui quest’ultima teme sempre il giudizio o la critica. E allora, come affrontare scontri di questo genere?

Ragazza cammina su un tronco cercando punti di equilibrio

Leggo, rifletto, tento

A volte, le coincidenze sanno essere di aiuto. Ci sono libri che sembrano capitarti sotto mano proprio quando ne hai più bisogno…come quello del teologo e filosofo Vito Mancuso, dal titolo “La forza di essere migliori”.  “In questo mondo tutti vorrebbero essere i migliori, ben pochi invece si curano di essere migliori. (…) Si tratta di volontà di primato, dell’affermazione di sé come predominio e supremazia, della vittoria propria in quanto sconfitta altrui.” (Cit. V.M.)
Sai, figlia mia, quella volta in cui ti ho ripresa perché con le amichette che invitasti a casa facevi troppo baccano per essere in un condominio? Non c’era in me nessuna intenzione di sminuirti o umiliarti davanti a loro; volevo solo darti un limite adeguato alla situazione. La tua reazione invece ha rivelato che essere ripresa da tua madre di fronte alle amiche era per te vivere una figuraccia tremenda che ti stava ponendo su un piano di inferiorità rispetto a loro.Vorrei riuscire ad insegnarti, magari da grande, che ammettere di aver sbagliato e di doversi riposizionare su un binario diverso, non significa ammettere di fallire, piuttosto vuol dire avere l’umiltà di chi accetta un consiglio e prova a migliorarsi alla successiva occasione. 

Migliore di prima, non il migliore tra gli altri 

“Avviene così che uno di fatto risulti il migliore e raggiunge il vertice dell’azienda, del partito, del movimento, dell’intera nazione o di qualunque altra istituzione abbia inteso scalare, senza che però diventi mai effettivamente migliore in se stesso, nella propria singolare autenticità. È il migliore, ma non è realmente migliore.(…) Tendere ad essere migliore significa avere come scopo il proprio vero sé. La meta, in altri termini, non è determinata dagli altri su cui si desidera primeggiare, ma è da sempre inscritta al nostro interno e consiste nel comprendere la nostra effettiva condizione con i suoi pregi e i suoi difetti, lavorando per fare emergere la più vera essenza.” (Cit. V.M.)

Bambino semplice si mette in gioco

Non mi stancherò mai di ripeterti, Alice, quanto conti migliorare se stessi per la propria soddisfazione, per scoprire e poi nutrire le proprie risorse e non puntare all’avida attesa del riconoscimento che gli altri dovranno darti. Certo, è vero, in adolescenza si è quasi del tutto dipendenti dal giudizio altrui, dall’approvazione di chi ti riconosce come omologato al flusso del momento: ricordo bene tutto questo e sono pronta a riviverlo quando l’adolescente sarai tu. Ma lo vivremo come un momento di passaggio, una sperimentazione tra i sentieri della crescita dove però non perderemo di vista l’arrivo finale: trovare la tua realizzazione più autentica, quella che nutre la tua felicità  personale e le tue caratteristiche uniche, senza mai nuocere agli altri però.

Una direzione possibile?

“Non è bellissimo? Essere se stessi senza pensare a se stessi; coltivare il proprio ego, senza essere egoisti; diventare se stessi senza incrementare il proprio narcisismo. Ma è davvero possibile?” si chiede Mancuso.

mani modellano l'argilla formando un cuore

Non lo so se sarà possibile: l’egoismo spietato fa da cardine portante della società in cui i ragazzini di oggi si rispecchiano e prendere questa direzione è un rischio di cui sono consapevole. Però, so anche che da madre, mi sento giustamente responsabile di chi Alice diventerà, di come si relazionerà con gli altri, di cosa metterà nella sua scala delle priorità. E per quanto nobile sia l’obiettivo di questo arrivo, sono pronta ad affrontare con tutte le le mie energie un percorso di curve, bivii, inciampi e nuove ripartenze. 

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