Ci sono periodi della propria vita in cui i pensieri e le emozioni sono così dense da farci chiudere in noi stessi, quasi come se all’improvviso fossimo incapaci di parlare, impossibilitati a dar voce al turbinio di emozioni deflesse e viscerali che ci portiamo in pancia.
Si, perché è proprio in pancia che vanno a finire i pensieri che si trasformano in sentimenti, quando sono troppo pesanti, troppo angoscianti e troppo ingombranti per il nostro cervello… quasi come se li volessimo digerire ed espellere poi dal nostro animo, come fossero mero cibo di troppo che abbiamo ingurgitato contro voglia.
Questi giorni mi sento così.

Un ricovero a tre

Siamo stati con mio figlio Giuliano ad un ricovero di controllo cui periodicamente ci dobbiamo sottoporre per monitorare la sua malattia: siamo stati a Padova dal nostro dott. A. Burlina, consci che sia solo un uomo, ma al quale ci affidiamo come fosse una seconda divinità.

Uso il plurale non a caso: “ci siamo ricoverati”.
Si, perché il ricovero è di tutta la nostra famiglia: l’ansia, la privazione dei propri spazi, l’assenza di libertà e persino gli esami sono di tutti e tre, di noi genitori e di Giuliano… è lui che presta il braccio per il prelievo, ma siamo noi genitori a tenerlo fermo con forza e a porgerlo agli infermieri, in una sofferenza a tre che si intreccia talmente tanto da diventare un tutt’uno.

Ad ogni ricovero i miei occhi vedono troppe cose, le mie orecchie ascoltano troppa sofferenza, ed il mio cuore sente troppo dolore… e tutto questo “troppo” crea un groviglio tale dentro di me che per smaltirlo ho bisogno di giorni e giorni.
Non riesco a parlare, a raccontare.
A chi nell’immediatezza mi chiede com’è andata, riesco solo a dare risposte prettamente mediche, sterili ed automatiche, perché se mi soffermassi davvero, le parole lascerebbero il posto solo alle lacrime.

I volti che ho dentro

Non riesco a parlare, ancora no… ma riesco a scrivere.
E allora questa volta ho deciso di provare a far parlare le mie dita al posto mio, che scrivono e scrivono, e che non sono impedite dal viso madido di quello che i miei occhi e la mia anima hanno visto e vissuto.

Questa volta sono tornata a casa con tanti visi sofferenti nella mente e nel cuore.

Una donna che ho scambiato per una dottoressa tanto era bardata da camice, mascherina e guanti, ma che era una semplice nonna con il nipote al quale avevano trovato nuove cellule tumorali: stremata da una guerra che pensava di avere già vinto e che invece la chiamava ad una nuova estenuante battaglia.

La mamma di un ragazzino di quindici anni, in attesa del suo terzo trapianto di rene, straziata dalle parole del figlio: <<Mamma, sono stanco, lasciatemi morire>>.

Un’altra mamma, in ospedale per la figlia malata metabolica, per quello che doveva essere un mero ricovero di controllo proprio come il nostro, ma che invece le darà la notizia che ogni metabolico teme: dover sottoporre la figlia ad un trapianto d’organi.

La mamma di Lorenzo, un bimbo che avrà avuto l’età di Giuliano: bello, paffutello, sorridente, autistico anche lui, ricoverato per un problema al fegato… che come mio figlio soffriva terribilmente lo spazio angusto, caotico, fatto di tante persone e di tanti oggetti che vengono continuamente spostati. Tra lui che reagiva con ecolalie e stereotipie, e Giuliano che urlava continuamente dal disagio, l’unico desiderio dell’intero reparto era di avere un po’ di silenzio.

E poi… incontro me stessa, com’ero esattamente sette anni fa nei primi giorni di vita di mio figlio.

donna di spalle che abbraccia se stessa

Un incontro con… me stessa

La sera prima di ogni ricovero, d’abitudine vado in reparto a lasciare le cibarie necessarie a Giuliano: l’ospedale è perfettamente in grado di far fronte alle diverse diete metaboliche, ma mio figlio, come la maggior parte dei ragazzini costretti ad un regime alimentare severo, ha bisogno di ritrovare alcuni cibi “di casa” per aver voglia di mangiare anche in ospedale.

Arrivata in “sala-cucina”, vi trovo una ragazza che stava mangiando: saluto distrattamente mentre faccio le mie cose.
Questa ragazza invece voleva parlare, anche di nulla, ma aveva bisogno di un contatto con qualcuno.
Si scusa se mi sta dando le spalle, e mi dice che anche lei ultimamente si stava facendo portare i pasti da casa perché non ne poteva più del vitto ospedaliero.
Allora la guardo: una giovane mamma, minuta, coi capelli raccolti, pallida e dall’incarnato chiaro, con due occhi azzurri e tristi, senza trucco… perché il trucco richiede quel tempo e quell’attenzione per se stessi che di fronte a certe prove della vita non ci si può permettere.
Uno scambio veloce di parole: mi dice che è in ospedale da un mese, che sua figlia è nata e non ha ancora fatto ritorno a casa, che ha subìto un intervento al cuore, che non mangia se non con il sondino, che si dorme poco in ospedale ma che presto tutto finirà e che, come le dicono tutti, col tempo dimenticherà questo brutto momento.

Una stretta al petto e mi sono rivista in lei: l’ho amata subito questa mamma.
Immediato il mio bisogno di dirle la verità: le ho detto che era una bugia, che non si sarebbe mai dimenticata di questa sofferenza, e che il ricordo di questi giorni le avrebbe fatto scendere una lacrima per sempre, ma anche che le avrebbe fatto amare la figlia come molti genitori possono solo raccontarsi di fare, e che doveva aver pazienza perché i bimbi alimentati col sondino rifiutano il cibo fino a quando, un giorno come un altro e senza che nulla sia cambiato, cominciano a mangiare… e quella è la via di casa.

Me ne sono andata subito: quel tuffo in quei primi due mesi di vita di Giuliano in ospedale erano troppo per me in quel momento, in cui non potevo permettermi di cedere alle emozioni ma dovevo mantenermi lucida e mentalmente preparata al nostro ricovero.

Ma la vita ci dà sempre un’occasione preziosa e una seconda possibilità per curare le nostre ferite.
Questa mamma la ritrovo nella stessa stanza due giorni dopo: circondata da persone che non la ascoltano, che non la vedono nel suo dolore e nelle emozioni che ha dentro, che decidono per lei e basta come se lei stessa non fosse in grado di farlo.
Mi vede, lascia i suoi genitori che la stavano portando via e mi abbraccia forte, come una sorella, come un’amica, come un’àncora di salvezza da ciò che stava provando: in lacrime, mi dice che la stanno portando a casa per una notte, e mi dice <<Io non posso lasciare mia figlia, ma sento che non sono più lucida e che sto andando fuori di testa, ma non posso, io devo restare qui, ha bisogno di sua madre>>.
In quel lungo abbraccio le dico che deve andare a casa, farsi una doccia, camminare scalza nella propria casa pulita, accendere la tv, sedersi sul divano, dormire nel suo letto senza la luce del reparto di notte che ti sbatte negli occhi, senza i campanelli che suonano, il “corri corri” notturno dei medici per le emergenze, le infinite sirene delle ambulanze.

Quella notte non ho fatto che pensare a lei… e a me.
Mi è ritornato forte il ricordo di quel pomeriggio di sette anni fa, quando quasi “a forza” mio marito e le mie amiche mi hanno mandata a casa dopo più di un mese che ero reclusa in ospedale con Giuliano.
Se mi soffermo a quei momenti, sento ancora vivi quei sentimenti contrastanti che ho provato io allora, e che oggi sono di quella mamma: la voglia di uscire da lì, il senso di colpa per questo, il terrore di lasciare mio figlio e, per questa uscita, la convinzione di non essere una buona madre… perché anche di fronte alle prove difficili della vita, come la malattia di un figlio, siamo proprio noi il nostro peggior nemico ed il giudice più severo.

Tra me e quella mamma non poteva finire così, sarebbe stato come lasciare la Romina di sette anni fa di nuovo in balìa di quei pensieri… mentre oggi so cosa avrebbe potuto aiutarmi allora e ciò che avrei accettato di ascoltare e compreso.

Isolata anche fisicamente dal mondo per non portare batteri a sua figlia, proprio come lo ero stata io con Giuliano, il giorno dopo sono riuscita a parlare a questa mamma attraverso la porta.
L’ho abbracciata senza farlo, l’ho accolta nel suo grido di dolore, nelle sue paure, nella sua forza di madre e nella sua fragilità di essere umano.
Le ho detto quello che allora mi vergognavo di pensare ma che sentivo, e che oggi ho compreso ed accettato: che la vita in ospedale è disumana e nessuno può resistere a lungo; che la rabbia è travestita da paura e che deve darle voce; che in questo momento deve accettare la rabbia e l’impotenza di fronte alle decisioni insindacabili dei medici; che deve prendersi cura di se stessa e non annientarsi; che deve e può permettersi di piangere e dire che non ne può più; che lasciare la figlia per rigenerarsi fa bene prima di tutto proprio alla piccola; che è già una splendida mamma anche solo per essere restata lì con lei.

Non so il suo nome, né lei il conosce il mio… ma non serviva.
Di fronte a tanta sofferenza è necessario entrare, ma anche andarsene, così da lasciare libero il dolore di uscire con chi, in quel momento, ci ha aperto ad una via possibile.
Di lei ho nel cuore la tenerezza e la gratitudine di avermi dato l’occasione di rivedermi in lei, accogliermi nella mia disperazione, confusione e rabbia… e di perdonarmi un po’.

Una via per guarire

Non riesco ancora a parlare di questi giorni appena vissuti: la pancia trattiene ancora le emozioni forti che fanno fatica a trovare un nome che non sia dettato dall’urgenza e dall’istinto di fuggirli.
Scrivere è invece più semplice, perché nella scrittura c’è tempo per fermarsi, lasciarsi andare, riflettere, ascoltarsi… e non c’è nessuno davanti a te ad ostacolarti in questo rapporto intimo con te stesso.
Ecco, forse scrivere è l’inizio della propria guarigione interiore, la strada verso un fiume di parole che prima o poi torneranno a sgorgare.

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