Voglio parlarti degli educatori, di quei tanti ragazzi che dedicano la propria vita, seppur per lavoro, ai nostri figli con disabilità: che li aiutano a crescere, a comprendere il mondo in cui vivono, ad adeguarsi ad esso, ad entrarci dentro… un mondo che, diciamoci la verità, non li accoglierà mai del tutto, ma nel quale hanno pieno diritto di stare con dignità, rispetto, amore, come ogni altro essere vivente.
Te ne voglio parlare attraverso la mia esperienza, lasciando ai tanti documenti e regolamenti gli aspetti tecnici del loro ruolo, troppo spesso ingabbiato dai precetti che nulla hanno a che fare con ciò che conta davvero: costruire una vita migliore per chi ha una disabilità.

AEI e AES: conosciamoli

Assistenza Educativa Individuale Domiciliare ed Assistenza Educativa Scolastica sono servizi demandati agli educatori professionali, che lavorano sulla base di un progetto individualizzato costruito intorno alla persona con disabilità, con il compito di affiancare lei e la sua famiglia nei percorsi educativi necessari ad acquisire lo sviluppo delle autonomie fisiche, sociali e relazionali.

Sia a casa che a scuola, quindi, sono gli educatori che lavorano per sostenere e rafforzare lo sviluppo delle abilità personali e delle potenzialità residue della persona disabile, creando o favorendo le condizioni migliori per un inserimento nel contesto sociale.

Se un tempo questo ruolo veniva svolto “alla meno peggio” da ragazzi che, pur di lavorare, si cimentavano in una sorta di babysitteraggio dei disabili con lo scopo di dare “sollievo” alle famiglie, nel tempo si è trasformato in una figura professionale con sempre maggiori conoscenze e competenze da spendere in sinergia a tutte le figure che ruotano intorno alla persona da assistere: dalla famiglia, ai docenti, ai terapisti, agli psicologi.
Una figura oggi imprescindibile, soprattutto per il disabile che, spesso, trova solo nel proprio educatore una persona con cui condividere pensieri, uscite, sogni, difficoltà, ovverosia un amico.

mani dipinte di rosso che tutte vicine disegnano un cuore

Le educatrici nella mia vita

La figura dell’educatore è entrata presto nella nostra famiglia: mio figlio aveva meno di due anni quando, come conseguenza della malattia metabolica rara di cui è affetto ha mostrato i primi tratti della conseguente disabilità fisica e cognitiva, a seguito dei quali abbiamo richiesto il servizio di assistenza educativa.
Inizialmente affiancato da una sola educatrice, oggi tra AEI e AES lavorano con e per Giuliano ben tre educatrici.

Non è stato semplice, specialmente all’inizio, far spazio nella nostra vita anche  a loro: devi aprire la porta di casa a persone che non conosci, affidargli tuo figlio,  farle accedere alla tua casa e nel tuo privato del quale, giorno dopo giorno, entrano inevitabilmente a far parte; devi ridimenzionarti e riorganizzare gli spazi di casa per dar loro modo di lavorare con più libertà ed autonomia possibile; devi accoglierle anche quei giorni che non vorresti vedere nessuno e restartene da sola a casa tua; devi essere gentile, collaborativa, aperta al dialogo ed al confronto se vuoi essere partecipe del percorso educativo di tuo figlio… un percorso che deve mediare tra la miglior strategia formativa di cui si fanno portavoce loro e le esigenze di vita “spicciole” di cui hai bisogno tu per sopravvivere.

soldati che si allenano sollevando insieme dei tronchi

Nella vita di tutti i giorni

Il mio atteggiamento nei loro confronti è stato sin da subito improntato alla massima chiarezza proprio per stringere la più proficua collaborazione, le cui basi debbono essere il rispetto, la sincerità, il confronto, e la fiducia, perché solo così posso da madre sentirmi serena di affidare loro mio figlio e le sue fragilità.

Ormai ci ridiamo su con le ragazze, ma ognuna di loro prima di iniziare il servizio si è dovuta sorbire il mio “colloquio”: un sermone lungo più di mezz’ora in cui passo dall’essere l’accogliente e benevola “nonna di Heidi” al rigido “Sergente Hartman in Full Metal Jacket”… praticamente un incubo!

Sulla base di questo “patto”, in un clima sereno e di fiducia reciproca, i nostri figli avranno il miglior terreno fertile per fare progressi, innescando una spirale potente: per ogni passo avanti, tu genitore aumenterai gratitudine e stima verso gli educatori, che a loro volta si sentiranno stimolati a fare sempre meglio, ottenendo così sempre nuovi progressi… è così che “vincono tutti”.

un castello elaborato di sabbia con secchiello e paletta sullo sfondo

Quei piccoli passi avanti capaci di cambiare una vita

Ogni progresso, anche minimo, mi parla di quanto queste ragazze siano brave, pazienti e laboriose.
Sono loro che giorno dopo giorno, anche quando si trovano davanti i muri spessi della disabilità, non si arrendono… persino io stessa mi fermerei, nonostante l’amore per mio figlio.
Loro no: come in uno scavo archeologico, con un lavoro certosino, tolgono giorno dopo giorno la polvere accumulata dalla disabilità per far affiorare quanto di meglio c’è di vivo nei nostri ragazzi.

Il loro non è solo un lavoro: è amore.
Lo sento nelle loro parole, vedo quanto si impegnano per raggiungere un obiettivo, quanto si scervellano per trovare le soluzioni chiamando anche fuori orario, quanto sono ferme di fronte ai capricci… vedo quanto sono affezionate a mio figlio, quanto si emozionano ai suoi baci, quanto si preoccupano per la sua salute, quanto sono felici per i suoi successi.

Ma se gli educatori sono per le famiglie una preziosa risorsa, questo non significa che sia sempre semplice, per nessuno. Come è possibile superare divergenze ed ostacoli? Come fare in modo che le energie della famiglia e degli educatori convergano tutte verso un unico scopo?
Queste e altre riflessioni nella seconda parte dell’articolo. Ti aspetto!

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