Un aperitivo casalingo con una mia amica: di quelle che hai sempre nel cuore, che vedi pochissimo per vite ed impegni differenti, ma con le quali trovi il tempo per un messaggio come pure il modo di mollare tutto ed esserci l’una per l’altra nel momento del bisogno.

Una di quelle amiche con le quali hai ricordi d’infanzia, delle bravate da ragazzi, delle prime sigarette come dei primi mal di testa da quel bicchiere di vino economico di troppo, ai tempi universitari… di quelle amiche con le quali ti accomunano risate, spensieratezza, delusioni e lutti, ad unirti anche nella lontananza.

Quella sera, assetate di raccontarci ed aggiornarci sulle rispettive vite e conoscenze di oggi e di ieri, ad un certo punto il discorso va a mio figlio.
È difficile per lei l’approccio con Giuliano, bambino disabile: né distaccato né indifferente, ma semplicemente difficile… in un modo peraltro così limpido, sincero e ovvio che mi ha sempre fatto tenerezza vederli insieme.

Di fronte al mio solito sarcasmo per la “vita da casalinga” che mai avrei voluto fare, lei non esita a sottolineare quanto sia stata preziosa questa scelta per Giuliano: <<Avresti potuto fare una scelta diversa, perché c’è sempre un’altra via: eppure non l’hai fatto!>>.

Ma puoi davvero dirti libero nel fare le tue scelte? O la maggior parte delle volte scegliere è solo un apparente atto di volontà, mentre la parte più profonda di te sa già che non hai alcuna possibilità di prendere una decisione diversa?

un cuore color oro che si scioglie, su sfondo rosso, dietro una rete metallica

La mia scelta di essere mamma a tempo pieno

Ho riflettuto molto su questo, ed ogni volta mi sento come in un circolo vizioso dal quale è impossibile uscire.

Dopo i primi due anni di vita di nostro figlio – passati a fare dentro e fuori dagli ospedali a causa della sua malattia, trascorsi a barcamenarsi alla meno peggio tra i rispettivi obblighi professionali ridotti all’osso, impegnati a restare lucidi e ben presenti di fronte alle mille incognite che può riservarti ogni giorno una patologia senza cura – per me e mio marito era giunto il momento di fermarsi.

Le cose erano andate in quel modo per noi e nostro figlio, e nulla si poteva fare per cambiarle: andava accettata e riorganizzata, quindi, quella che sarebbe stata da lì in avanti la nostra vita personale e familiare.
Una decisione presa a tavolino la nostra, che, in quel particolare momento delle rispettive situazioni professionali, vedeva me, avvocato, dover chiudere lo studio legale di cui ero titolare per dedicarmi totalmente a mio figlio… come a dire di buttar via anni di studio, di sacrifici, di sconfitte, riscatti, vittorie e meravigliosi traguardi che allora erano solo l’inizio di quello che desideravo per me.

Una scelta che, per fortuna, non ha subìto le – purtroppo – comuni imposizioni relative al ruolo sociale o convenzionale della donna all’interno della famiglia: mio marito, al contrario, si rende anche oggi disposto a rivedere la decisione di allora, e a cedere a me la responsabilità economica della famiglia assumendo lui quella di occuparsi di Giuliano, se solo lo volessi.
Il suo atteggiamento di apertura, affatto scontato, mi ha resa libera dalla rabbia che avrei sicuramente riversato su di lui, per quella che per me è stata una delle decisioni più difficili e dolorose della mia vita.

di notte uma donna per mano ad una bambina attraversano un sentiero con alberi andando verso un'abitaizone

Avrei potuto davvero fare una scelta diversa?

Certo, c’è sempre un’altra scelta da poter fare, ma quanto ognuno di noi sia più o meno inconsciamente libero di farla è un’altra storia.

Io non avrei mai potuto fare una scelta diversa da quella di occuparmi in prima persona ed a tempo pieno di mio figlio, fare in modo che avesse tutte le attenzioni, le terapie e le cure migliori per le nostre possibilità, ed accoglierlo totalmente in tutte le sue fragilità, inondandolo dell’amore di una madre e di una famiglia unita intorno a lui.
No, io non avevo scelta: dovevo fare questo per mio figlio.
Non farlo, avrebbe significato fare a mio figlio ciò che, seppur in circostanze e situazioni diverse, la vita aveva fatto a me: sarebbe stato come ripetere quegli stessi errori e creare quelle stesse ferite su un’altra vita innocente.

Mia madre è morta che avevo sei anni, dei quali solo brevi periodi trascorsi con lei quasi sempre ricoverata in ospedale tra interventi e chemioterapia. Dopo la sua morte, anche mio padre si ammala di tumore, restando lontano da casa per mesi.
La mia infanzia è trascorsa tra le angoscianti paure dei discorsi che sentivo fare agli adulti, su quale sarebbe stata la mia “sistemazione migliore”, e la doverosa gratitudine verso chi si occupava di me, per quel che poteva.
L’incertezza del domani, il senso dell’abbandono e poi del rifiuto, la mancanza dell’amore di una madre e di una famiglia presente; e poi le responsabilità troppo grandi per una bambino, unite allo smarrimento interiore al calare di ogni sera, quando le paure, le mancanze e le angosce di un bimbo, che non ha gli strumenti per codificare la realtà né le scelte degli adulti che può solo subire, si fanno più vive… tutto questo non poteva né doveva più ripetersi, tanto meno per mio figlio.

Di fronte alla sua malattia, quindi, come madre avevo scelta? No.
Potevo solo decidere di dedicarmi a lui senza riserve, per dargli quella sicurezza, quella protezione, quel calore e quelle certezze di cui lui aveva bisogno adesso, come me allora.

al tramonto una bambina libera degli uccelli da una gabbia appesa ad un albero spoglio

Che fine ha fatto il libero arbitrio?

A volte resta ben poco del libero arbitrio. Ho capito, invece, che ogni scelta è inevitabilmente condizionata dal proprio vissuto: ogni decisione subisce l’influenza di esperienze personali che affondano le radici nel passato più remoto, al punto di ritrovarti spesso a vivere solo nell’illusione di essere tu a scegliere per la tua vita futura, mentre è la tua vita passata a dirigere anche il tuo domani.

È possibile liberarsi da questi condizionamenti? Diventare veramente liberi di essere ciò che si vuole e non lo specchio di ciò che ha segnato il nostro trascorso?
Non lo so… Di fronte ad ogni scelta, mi accontento di essere consapevole di questo processo mentale che, se da un lato ti fa essere conscio di quanto poco reale sia la libertà che rivendichi sulla tua vita, dall’altro ti dà l’occasione di curare le ferite e colmare i vuoti del tuo passato e, per questa via, interrompere quel circolo vizioso per essere, un giorno, finalmente libero.

Condividi: